Perché preferiamo sentirci grandi piuttosto che crescere

Lo studio dei fumetti, quantomeno in Italia, non gode di grande considerazione accademica, se non tra i professori/appassionati/esperti di semiotica, che si interrogano più sul mezzo che sulla qualità artistica e letteraria delle opere già realizzate. È vero che spesso c’è un atteggiamento pregiudiziale, ma è anche vero che questa discriminazione è per larga parte meritata: pochissimi fumetti sono degni di essere paragonati come contributo intellettuale, estetico ma soprattutto artistico a romanzi/quadri/film della stessa epoca. Le ragioni sono molte e troppo complesse per essere trattate in poche righe, resta il fatto che il fumetto è ancora oggi un linguaggio estrememamente immaturo, sfruttato in percentuale irrisoria rispetto alle sue – enormi – potenzialità. È proprio la faticosa uscita dall’infanzia/pubertà che mi interessa trattare, e conseguentemente anche la deviata concezione di opera “matura” che hanno molti lettori, autori ed editori. Prima di tutto, un esempio:

Ecco – perdonate la qualità oscena, è un semplice elemento chiarificativo – questa breve sequenza, bambini/e esclusi, viene subito identificata come troppo caramellosa/bambinesca/mielosa: cosa verissima, tra l’altro. Il mercato è saturo di prodotti di questo tipo, che sono la declinazione peggiore possibile del “racconto per bambini”, ovvero delle storie iper-conservatrici, stra-protettive e che irradiano certezze, serenità e felicità da ogni spazietto bianco e vignetta e tratto a china e colore. Il 90% dei fumettisti/lettori si vergognerebbe a farsi vedere mentre disegna/legge una storia simile. Ma attenzione, non si vergognerebbe nello stesso modo in cui Philip Roth potrebbe vergognarsi leggendo Twilight di Stephenie Meyer, piuttosto come un tredicenne che viene beccato dalla ragazza/compagna di classe a giocare a biglie col fratellino di sei anni: che il dodicenne sia ancora interessatissimo a fracassare l’autostima del fratellino a suon di bigliate poco importa, il fattore fondamentale è proprio la vergogna di farsi trovare dalla materializzazione/simbolo della propria appena aquisita maturità (agli occhi del dodicenne, ovviamente), quindi dalla ragazza, mentre si è impegnati con la materializzazione/simbolo della propria infanzia, in questo caso le biglie. Una cosa del tutto fisica e istintiva, insomma. Ora un secondo esempio, decisamente più importante:

Il tono di queste quattro vignette è utilizzatissimo sia nei fumetti seriali che nelle graphic novel, principalmente per “colpa” di Frank Miller, che ha abilmente creato vari canoni/standard  da seguire nella creazione di fumetti noir/gialli. Frank Miller balla costantemente tra lo stupido/adolescenziale e il serio/disperato, e lo fa con una sapienza che, piaccia o non piaccia, ha generato uno stile personale, riconoscibile e quasi sempre ponderato. Se il principale elemento estetizzante milleriano è proprio la sua danza in equilibrio precario, quello che mi interessa notare è come i vari ammiratori, come spesso accade, si siano messi, piuttosto che a imparare i passi, a rubare il pavimento del salone. Con risultati a dir poco superficiali e, spesso, (artisticamente) ridicoli. Un esempio lampante è l’ossessivo utilizzo del narratore alla seconda persona singolare, ormai una scelta stilistica comune, estremamente abusata e soprattutto formalmente e contenutisticamente vuota, non è un caso infatti che gran parte degli scrittori – che fanno letteratura, intendo – la usino molto meno dei fumettisti, pur essendo più numerosi e tendenzialmente più propensi alla sperimentazione. L’unico autore che l’ha usata abilmente nell’ultimo periodo, che io ricordi e che io sappia, è stato Paul Auster in Invisibile: là aveva un senso, era giustificata dal contesto, era volta a separare illusoriamente il narratore dal protagonista della storia, creava in sostanza quel muro invisibile che sostiene, oltre che quel romanzo in particolare, gran parte dell’opera di Auster (non è un caso che per molti [critici, soprattutto] non sia sostenuta affatto). Nel fumetto si usa così, per spirito d’emulazione, senza pensare all’effetto, in modo vuoto appunto. E dire che gli effetti potrebbero essere molto interessanti, da una generalizzazione impersonale che non sia basata sulla solita neutralità della terza persona (“si deve andare ecc…”) a una – come in Auster – contemporanea immedesimazione/separazione lontananza/simultaneità tra narratore e personaggio. E poi l’atmosfera: cupa, nera, sporca, laida, sembra davvero che basti usare questi elementi, o peggio, contenuti, per creare un fumetto artisticamente interessante e adulto. Non è così. La metafora più semplice per chiarire la questione è proprio quella dell’adolescente di cui parlavamo prima: è vero, si vergognerebbe tantissimo se fosse visto a giocare a biglie dalla fidanzatina, per i motivi spiegati in precedenza. Se invece la fidanzatina lo trovasse indomito a passare un incrocio col semaforo rosso o a fare cose considerate altrettanto cool (ad es. dare fuoco a bidoni con rifiuti organici, saltare quattro macchine con lo skateboard rubato, prendere a pugni in discoteca un tizio più grosso, bere 2 litri di birra senza respirare, mandare in culo un insegnante), l’adolescente si sentirebbe orgoglioso, contento, grande, un fic(g)o, e questo è enormemente più pericoloso di aver giocato a biglie, perché la vergogna istintivamente conduce all’allontamento, mentre la gloria/fascino porta con sé il desiderio di mantenere inalterato lo status raggiunto. Per quanto a un dodicenne possa sembrare stupido giocare a biglie e figo prendersi a pugni, quello che mi interessa far capire è che sono etrambi sentimenti figli dell’essere dodicenne, privi – entrambi – di alcuna maturità, ed esattamente, ugualmente ridicoli agli occhi degli adulti. Fin quando gli autori e i lettori di fumetti non riusciranno a percepire come egualmente superficiali l’esempio A e l’esempio B, fin quando non li considereranno altrettanto inutili dal punto di vista artistico, allora non potremo lamentarci se gli scrittori, i critici e gli studiosi di letteratura continueranno a guardarci con supponenza (o, peggio, a non guardarci affatto).

About Bakke

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10 Responses to Perché preferiamo sentirci grandi piuttosto che crescere

  1. RennyManJr says:

    Vero, ma non si può nemmeno pretendere che si sfornino a ritmi regolari capolavori che trasformino un medium, com’è successo con lo stile di Frank Miller.

    In fin dei conti anche nel mondo della letteratura scritta sono rari gli autori che “arrivano” e sanno tirare fuori metodi di scrittura talmente nuovi e innovativi da essere presi dall’intero mondo letterario come punto di riferimento.

    C’è roba brutta, normale, bella e rivoluzionaria sia di qua sia di là. Sarebbe interessante vedere con quale frequenza la roba rivoluzionaria è apparsa in entrambi i contesti e fare un confronto rapportato per bene… (sarebbe un lavorone gigantesco)

  2. Meaz says:

    CHE RAGAZZE FREQUENTI BAKKE! Non hai mai visto dei marinai che giocano a dadi a quanto pare. Praticamente saziano la loro voglia di bilia scommettendoci sopra unendo così l’esempio A e l’esempio B. E fanno pure bene, tra l’altro. A volte legano il tutto con un altro esempio, il C, ovvero frequentare i Posti-ristoro del porto vestiti da donna. Ma questa è un’altra storia…
    L’esempio B, un Cabeza Blanca suburbano, pare (dico pare come potrebbe dirlo un ignorante) figlio di una certa emulazione di un certo tipo di cinema, cosa non voluta in Cabeza Blanca che difenderò sempre con le unghie e con i denti, ahahah. Io non so proprio dire cosa può mai essere considerato capolavoro; segui la strada che reputi migliore senza farti influenzare né da commenti positivi né da quelli negativi, se sei fortunato magari ci si mangia anche, eheheh

  3. Meaz says:

    Su “capolavoro”, se mi dici che intendi quel qualcosa che per stile, temi, poetica ecc ecc che ha influenzato ecc ecc plasmato ecc ecc, mi chiamo fuori e continuo a non crederci. Hai notato che ho evitato il facile accostamento biglie-giocare-ragazza, sto facendo progressi. Nessuno ci impedisce comunque di leggere la storia caramellosa/bambinesca/mielosa, a meno che non ci si faccia sopraffare da quello che chiamano “comune senso del pudore”, mio zio una volta l’ha pure visto. Credo sia più un problema di editori che cercano di spremere fino all’osso la buona idea, cioè quella che vende di più.

  4. Meaz says:

    Era un po’ che non scrivevo sul tuo blog, ma anche in generale diciamo. Prometto che per qualche mese non mi farò sentire, ahahah. Ciao Bakke!

  5. Bakke says:

    @ renny
    E’ vero che la roba rivoluzionaria non è frequente né di qua né di là, il problema principale però è che le pubblicazioni artisticamente valide sono enormemente superiori nel mondo letterario, così come in quello cinematografico. In entrambi i campi ogni anno vengono pubblicate almeno una decina di opera da tramandare ai posteri, mentre nel fumetto è tanto se ne esce una all’anno. Non solo: molto spesso i fumetti vengono lodati/glorificati solo da chi legge fumetti, mentre i libri/film dal mondo artistico in generale, e questo non solo perché sono snobbati, ma perché, per una serie di motivi, negli anni recenti le migliori menti artistiche non si sono dedicate al fumetto (in linea di massima).
    Uno dei pochissimi casi che sfuggono a questa regola è Maus, un altro Fuochi di Mattotti, alcune cose di Pazienza… ma appunto sono eccezioni (lo stesso Miller non gode di enorme stima in altri ambienti).

    @Meaz:
    sì sì ognuno è libero di leggere quel che gli pare, per carità. Non voglio certo dire che la roba che vende non sia utile, anzi, è fondamentale.

  6. Meaz says:

    Non né inutile né fondamentale, o meglio, può essere inutile quanto fondamentale, a mio modesto parere. Vende questo è certo.

  7. Bakke says:

    io invece sono convinto che sia fondamentale: se non ci sono prodotti stra-venduti in un determinato campo non ci sono nemmeno i soldi per produrre quelli belli/meno remunerativi.
    Così la questione è un po’ semplificata, ma non sbagliata.

  8. Meaz says:

    Mi scoccia dirlo, ma hai incentrato la questione in un determinato modo che non posso far altro che darti ragione

  9. Meaz says:

    Eh sì, scoccia scoccia, eheheh

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