Il Corriere del Beribubbù – Dissertazione sui funghi

Un giorno due funghi camminavano vicini, e diventarono allucinogeni a vicenda. L’Uno raccontava storielle simpaticone all’altro, e la passeggiata sarebbe continuata per l’eternità, se non fosse stato per l’erba soffice. Sì, perché improvvisamente la via giall’asfaltata si trasformò in un verde manto erboso, e i due funghi, troppo impegnati nella loro conversazione, non si accorsero del letale cambiamento. Dopo dodici secondi presero fuoco, e, quando si accorsero del disastro che avevano combinato, erano ormai nel loro infinitamente piccolo ultimo istante di vita. La morale della storia, si dice, è che i funghi non dovrebbero mai parlare, altrimenti potrebbero imbattersi con l’erba soffice. Un’altra interessante esegesi del racconto è data dall’importanza degli aggettivi: i funghi ogni due ore devono rifocillarsi inalando terreno dall’erba, ma nel caso soprastante avevano preso fuoco ed erano morti in appena dodici secondi e un istante:  questo ci dimostra come anche un semplice attributo plebeo come “soffice” (così come plebeo) in alcuni casi possa fare la differenza tra la vita e la morte. I funghi in seguito al diffondersi di questa storia presero le giuste e doverose decisioni, ma si accorsero che,  camminando, non potevano non parlare, e siccome in assenza di mutismo devono avanzare e possono farlo solamente in linea retta (se non per evitare ostacoli, un’eccezione atipica ancora inspiegabile, anche a causa delle poche fonti reperibili), per inerzia sarebbero prima o poi giunti a contatto con un prato soffice.  Da questo fatto nacque l’allora celeberrima frase “ogni strada porta a un soffice prato” – con poetica inversione degli ultimi due elementi sintaticci ad opera di Ugo Fongolo, che cristallizzò il verso in questa forma – dacché è impossibile, tracciando una linea retta di lunghezza infinita sopra la superficie del pianeta Terra senza renderla aliena alla forza di gravità,  non imbattersi in almeno un prato soffice (o soffice prato). I Funghi giunsero alla conclusione che l’unico modo per sopravvivere sarebbe stato stare zitti, e quindi immobili, sull’erba: questa è la causa per la quale adesso sono organismi sedentari, muti e senza cervello: secondo alcuni, preferirono sopravvivere a vivere virtuosamente.  Ciò ci riporta alla domanda posta nell’editoriale: meglio un giorno da fungo parlante e senza una vita o una vita da fungo scemo senza un giorno da fungo parlante?
La razza dei funghi ha scelto, ma noi possiamo continuare a dibattere sull’ardua decisione.

DA PAGINA 10 A PAGINA 15: “come sono nati i funghi velenosi?”; “I funghi riusciranno a dominare il mondo come una volta?”; “I funghi hanno creato il sole?”; “Nonna Abelarda ama i funghi?”; “I funghi possedevano la risposta fondamentale dell’esistenza?”; “Che relazione c’è tra Atlantide e la civiltà dei Funghi?”

Il povero giornalista che ha scritto non lo sapeva, ma Aiace Cherio pochi giorni dopo avrebbe incontrato l’unico Fungo Parlante ancora in vita… e, cosa ancora peggiore per ogni ricercatore Funghico, l’avrebbe pure trovato noioso.

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4 Responses to Il Corriere del Beribubbù – Dissertazione sui funghi

  1. Meaz says:

    Forse è proprio questo il motivo per cui non fai in tempo a raccoglierli che ti si gettatano nel paniere spontaneamente : )

  2. Bakke says:

    L’ultimo glorioso discorso prima della fine? :D

  3. Pila says:

    Non stupitevi per simili racconti, parliamo pur sempre del Bacche, l’uomo che cadde nel pentolone. :D

  4. Cecco says:

    Potresti fondare una nuova religione. Il racconto è molto bello! :D

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