Perché preferiamo sentirci grandi piuttosto che crescere
February 8th, 2010Lo studio dei fumetti, quantomeno in Italia, non gode di grande considerazione accademica, se non tra i professori/appassionati/esperti di semiotica, che si interrogano più sul mezzo che sulla qualità artistica e letteraria delle opere già realizzate. È vero che spesso c’è un atteggiamento pregiudiziale, ma è anche vero che questa discriminazione è per larga parte meritata: pochissimi fumetti sono degni di essere paragonati come contributo intellettuale, estetico ma soprattutto artistico a romanzi/quadri/film della stessa epoca. Le ragioni sono molte e troppo complesse per essere trattate in poche righe, resta il fatto che il fumetto è ancora oggi un linguaggio estrememamente immaturo, sfruttato in percentuale irrisoria rispetto alle sue – enormi – potenzialità. È proprio la faticosa uscita dall’infanzia/pubertà che mi interessa trattare, e conseguentemente anche la deviata concezione di opera “matura” che hanno molti lettori, autori ed editori. Prima di tutto, un esempio:
Ecco – perdonate la qualità oscena, è un semplice elemento chiarificativo – questa breve sequenza, bambini/e esclusi, viene subito identificata come troppo caramellosa/bambinesca/mielosa: cosa verissima, tra l’altro. Il mercato è saturo di prodotti di questo tipo, che sono la declinazione peggiore possibile del “racconto per bambini”, ovvero delle storie iper-conservatrici, stra-protettive e che irradiano certezze, serenità e felicità da ogni spazietto bianco e vignetta e tratto a china e colore. Il 90% dei fumettisti/lettori si vergognerebbe a farsi vedere mentre disegna/legge una storia simile. Ma attenzione, non si vergognerebbe nello stesso modo in cui Philip Roth potrebbe vergognarsi leggendo Twilight di Stephenie Meyer, piuttosto come un tredicenne che viene beccato dalla ragazza/compagna di classe a giocare a biglie col fratellino di sei anni: che il dodicenne sia ancora interessatissimo a fracassare l’autostima del fratellino a suon di bigliate poco importa, il fattore fondamentale è proprio la vergogna di farsi trovare dalla materializzazione/simbolo della propria appena aquisita maturità (agli occhi del dodicenne, ovviamente), quindi dalla ragazza, mentre si è impegnati con la materializzazione/simbolo della propria infanzia, in questo caso le biglie. Una cosa del tutto fisica e istintiva, insomma. Ora un secondo esempio, decisamente più importante:
Il tono di queste quattro vignette è utilizzatissimo sia nei fumetti seriali che nelle graphic novel, principalmente per “colpa” di Frank Miller, che ha abilmente creato vari canoni/standard da seguire nella creazione di fumetti noir/gialli. Frank Miller balla costantemente tra lo stupido/adolescenziale e il serio/disperato, e lo fa con una sapienza che, piaccia o non piaccia, ha generato uno stile personale, riconoscibile e quasi sempre ponderato. Se il principale elemento estetizzante milleriano è proprio la sua danza in equilibrio precario, quello che mi interessa notare è come i vari ammiratori, come spesso accade, si siano messi, piuttosto che a imparare i passi, a rubare il pavimento del salone. Con risultati a dir poco superficiali e, spesso, (artisticamente) ridicoli. Un esempio lampante è l’ossessivo utilizzo del narratore alla seconda persona singolare, ormai una scelta stilistica comune, estremamente abusata e soprattutto formalmente e contenutisticamente vuota, non è un caso infatti che gran parte degli scrittori – che fanno letteratura, intendo – la usino molto meno dei fumettisti, pur essendo più numerosi e tendenzialmente più propensi alla sperimentazione. L’unico autore che l’ha usata abilmente nell’ultimo periodo, che io ricordi e che io sappia, è stato Paul Auster in Invisibile: là aveva un senso, era giustificata dal contesto, era volta a separare illusoriamente il narratore dal protagonista della storia, creava in sostanza quel muro invisibile che sostiene, oltre che quel romanzo in particolare, gran parte dell’opera di Auster (non è un caso che per molti [critici, soprattutto] non sia sostenuta affatto). Nel fumetto si usa così, per spirito d’emulazione, senza pensare all’effetto, in modo vuoto appunto. E dire che gli effetti potrebbero essere molto interessanti, da una generalizzazione impersonale che non sia basata sulla solita neutralità della terza persona (“si deve andare ecc…”) a una – come in Auster – contemporanea immedesimazione/separazione lontananza/simultaneità tra narratore e personaggio. E poi l’atmosfera: cupa, nera, sporca, laida, sembra davvero che basti usare questi elementi, o peggio, contenuti, per creare un fumetto artisticamente interessante e adulto. Non è così. La metafora più semplice per chiarire la questione è proprio quella dell’adolescente di cui parlavamo prima: è vero, si vergognerebbe tantissimo se fosse visto a giocare a biglie dalla fidanzatina, per i motivi spiegati in precedenza. Se invece la fidanzatina lo trovasse indomito a passare un incrocio col semaforo rosso o a fare cose considerate altrettanto cool (ad es. dare fuoco a bidoni con rifiuti organici, saltare quattro macchine con lo skateboard rubato, prendere a pugni in discoteca un tizio più grosso, bere 2 litri di birra senza respirare, mandare in culo un insegnante), l’adolescente si sentirebbe orgoglioso, contento, grande, un fic(g)o, e questo è enormemente più pericoloso di aver giocato a biglie, perché la vergogna istintivamente conduce all’allontamento, mentre la gloria/fascino porta con sé il desiderio di mantenere inalterato lo status raggiunto. Per quanto a un dodicenne possa sembrare stupido giocare a biglie e figo prendersi a pugni, quello che mi interessa far capire è che sono etrambi sentimenti figli dell’essere dodicenne, privi – entrambi – di alcuna maturità, ed esattamente, ugualmente ridicoli agli occhi degli adulti. Fin quando gli autori e i lettori di fumetti non riusciranno a percepire come egualmente superficiali l’esempio A e l’esempio B, fin quando non li considereranno altrettanto inutili dal punto di vista artistico, allora non potremo lamentarci se gli scrittori, i critici e gli studiosi di letteratura continueranno a guardarci con supponenza (o, peggio, a non guardarci affatto).

















